top of page

“Nonna, ma cos'era il vino ai tuoi tempi?” – Racconti di nonna Lucia

  • Immagine del redattore: Anastasia Centofanti
    Anastasia Centofanti
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

“Nonna, ma voi in passato il vino lo bevevate?”

Nonna, ma voi in passato il vino lo bevevate? Non penso che il nonno riuscisse a fare buon vino senza tutte le conoscenze e i macchinari di oggi,” chiese un’ingenua Anastasia, mentre aspettava che cuocesse nel camino l’uovo arrosto che nonna Lucia le prepara tutti gli inverni da ventotto anni.


Nonna Lucia scoppiò a ridere: “Eeeh, nonna sè (nipote mia in abruzzese)! Il vino si beveva eccome! Magari non aveva il gusto raffinato di oggi e nessuno avrebbe mai portato a casa premi per quelle damigiane… ma aveva il sapore dell’unione.”


All’epoca, chi entrava in casa di qualcuno veniva subito accolto con un bicchiere di vino della famiglia. Era un gesto semplice, ma pieno di significato: il vino in casa non mancava mai, perché era il modo più sincero per dire “sei il benvenuto”.

Specialmente il nonno Piacentino, uomo socievole e generoso, non perdeva occasione di portare in casa amici e persino sconosciuti, offrendo loro un bicchiere di vino e un uovo da stuzzicare.


Il vino era compagno delle giornate faticose: gli uomini, dopo ore nei campi, si ritrovavano in cantina — che oggi chiameremmo “il bar del paese” — a chiacchierare, ridere e giocare a carte, con bicchieri che si svuotavano e riempivano senza fretta.


Mentre le donne restavano a casa, tra il focolare, la cena e i figli. "Ma questo non vuol dire che non lo bevessi: anzi, specialmente quando preparavo i tarallucci di vino, qualche assaggio lo facevo pure io. Bisogna sempre controllare che gli ingredienti siano buoni, no?" disse ridendo nonna Lucia.


E poi c’erano le storie: quelle che nascono tra una risata e un bicchiere di troppo. Come quella volta in cui il nonno, convinto dell’esistenza dei lupi mannari, scambiò un povero ubriaco barcollante per un licantropo, scoprendo la verità solo il giorno dopo, e facendo ridere tutta la famiglia per settimane.


“Vedi, Anastasia,” concluse nonna Lucia, “il vino non era solo da bere: era una scusa per raccontarsi, ridere e stare insieme. Magari non era eccellente, non avrebbe mai vinto premi… ma ogni sorso aveva il sapore del nostro paesino, della nostra famiglia, della vita vera.”


E così, tra vigne addormentate d’inverno e ricordi che scaldano più del fuoco, Anastasia imparò che il vino più prezioso non è quello in bottiglia, ma quello che accompagna storie, sorrisi e legami di famiglia — rendendo ogni inverno un po’ più caldo e allegro.


Questo racconto è un omaggio alla comunità e alle tradizioni del passato. Palazzo Centofanti crede nel valore del vino come cultura e convivialità, invitando sempre a gustarlo con responsabilità.

Commenti


bottom of page